L’età d’oro degli anni '90

Ancora James Cameron e la Industrial Light + Magic producono nel 1991 "Terminator II - Il giorno del giudizio", in cui la casa di produzione supporta lo Stan Winston Studio nella realizzazione degli effetti visivi del film: nasce così il cyborg mutante T-1000, replicatore di qualsiasi forma organica con cui egli venga a contatto.Terminator II Grazie all’uso del morphing 3D combinato con la motion capture si porta l’immagine numerica a elevati livelli qualitativi.
Il duo Industrial Light + Magic e Stan Winston Studio torna alla ribalta nel 1993, con la grande produzione di "Jurassic Park" di Steven Spielberg. Con i formidabili animatronics, che venivano animati e contestualizzati digitalmente, il film diventa un grande videogioco, con trappole, prove da superare, missioni da compiere. Gli animatronics verranno sostituiti con la creazione di animali completamente digitali nel 1997 con il secondo episodio dal titolo "Il mondo perduto: Jurassic Park". Ottimo esempio di integrazione di immagini non fotorealistiche con la realtà profilmica è "The Mask" (1994) di Chuck Russel. La Industrial Light + Magic riesce qui ad integrare alla perfezione l’effetto cartoon della maschera con il resto del corpo reale di Jim Carrey, grazie soprattutto al software RenderMan, ideato dalla Pixar appositamente per l’integrazione di elementi digitali in film ripresi dal vero.Jurassic Park Proprio la Pixar Animation Studios, nata nel 1984 dalla creatività di Steve Jobs - che proveniva dalla Industrial Light + Magic stessa - ha sviluppato negli anni nuove tecniche e nuovi software, rivoluzionando esteticamente la storia del digitale con il capolavoro Toy Story, diretto da John Lasseter nel 1995. "Toy Story" è infatti il primo lungometraggio interamente animato digitalmente. Dello stesso anno sono anche i film "Casper" di Brad Silberling, "Johnny Mnemonic" di Robert Longo e "Jumanji" di Joe Johnston. Un fantasmino interamente realizzato in digitale nel primo, il cyberspazio gibsoniano trasportato sul grande schermo nel secondo, la pelliccia digitale degli animali e un devastante vortice che risucchia tutto nel terzo, assegnano una volta per tutte al digitale una posizione di rilievo nell’industria cinematografica. L’elemento del vortice-tornado è ripreso e sviluppato in "Twister" di Jan de Bont, film uscito nelle sale l’anno successivo e per il quale la Industrial Light + Magic sviluppò un software capace di riprodurre i tornado digitalmente. Sempre del 1996 è l’uscita di "Mars Attacks!" di Tim Burton, che si serve del computer per estremizzare le situazioni paradossali create nel film: invece di cercare la verosimiglianza, il regista rincorre l’assurdità, l’ironia dei personaggi marziani ispirati a delle figurine degli anni ’50. Anche il genere del film d’azione può attingere a piene mani dal bacino di effetti speciali prodotti digitalmente. È il caso di "Nome in codice: Broken Arrow" (1996) di John Woo. Con questo titolo si ritorna al digitale fotorealistico e alla perfetta integrazione tra attori reali e ambiente digitale circostante. Di particolare rilievo sono i movimenti a velocità estrema dei mezzi di trasporto sui quali agiscono i personaggi.

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